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Ritrovarsi a Torino
Questa qui sopra è l’unica fotografia di Milano che ho scattato ieri. L’ho realizzata in stazione subito prima di prendere il regionale del ritorno. Un piccolo souvenir.
La metropoli ambrosiana mi ha accolto nel suo vestito “grigio fumo” più caratteristico. All’inizio della camminata vagante dalla Centrale alla Triennale, ho visto diverse gru al lavoro per i nuovi edifici dell’Expo 2015. Non si perde davvero tempo qui. Dopo una breve sosta per riabbracciare un caro amico, sono stato persino raggiunto da un unico timido raggio di sole, in stile Miracolo a Milano. Alla fine del vario gironzolare, una fitta, ma gradevole, pioggerellina di questo autunno fuori stagione mi ha infine tenuto compagnia attraverso il Parco Sempione fino alla sede dell’incontro.

Il convegno è andato proprio bene. In sala la mia compagna e mio fratello fornivano il loro insostituibile supporto. Tra gli intervenuti c’erano anche alcuni amici fotografi, non solo di Milano, che ringrazio ancora della loro affettuosa presenza.
Sentir parlare il prof. Giampaolo Nuvolati della figura del flâneur è stata un’esperienza davvero formativa. Come mi era già capitato leggendo il suo libro, ho ritrovato nella sua relazione molti aspetti del mio agire, fino a questi ultimi tempi praticato per pura e semplice intima convinzione. Ora finalmente sento di poter lavorare all’interno di un quadro teorico definito e convincente. Anche la relazione del prof. Duccio Demetrio mi ha suggerito nuove profondità, legate all’essenza stessa del camminare come prima ed insostituibile esperienza vitale.

In ultimo, prendo atto con soddisfazione che la videoproiezione di una scelta d’immagini dalle mie serie fotografiche Scene di passaggio (Soap Opera) e Olimpia, ha riscosso un vivo interesse tra i presenti.
Durante il ritorno in treno è poi giunta notizia che gli Azzurri avevano vissuto l’avverarsi dell’ennesimo “miracolo” calcistico nazionale. Non c’entra niente, lo so, ma fa un effetto piacevole.
2 comments Mercoledì 18 Giugno 2008
Il limite dello sguardo

Come penso sia naturale per un tizio come me, rifletto continuamente sul rapporto esistente tra l’esperienza del vedere e la produzione di immagini. Argomento quanto mai controverso. Ho letto negli ultimi anni diversi saggi di autorevoli studiosi che dibattono la questione. Al di là delle tesi in campo, vorrei però tentare un ritorno ad un livello più superficiale, fiducioso nel fatto che la massima profondità si trovi alla superficie.
In buona sostanza quella cosa che chiamiamo “vista”, con una interessante declinazione al femminile e al passato dell’atto della visione, è un processo biologico piuttosto complesso. Per farla semplice, penso di poter affermare, nella mia santa ignoranza scientifica, che senza l’istantanea e sofisticata elaborazione realizzata all’interno del cervello dei segnali provenienti dal nervo ottico, l’essere umano non potrebbe “vedere” proprio nulla. O meglio, riceverebbe comunque degli impulsi nervosi attivati dalla luce passata attraverso gli occhi, ma senza poterne ricavare alcuna informazione.
Se quanto affermo è corretto, significa che lo sguardo è un processo che trova il suo compimento solo dopo un’elaborazione mentale. Fin qui, penso di essere stato sufficientemente banale. Il punto al quale vorrei arrivare è però questo:
Qual è il denominatore comune che consente all’esperienza del tutto individuale del vedere di poter essere condivisa con altri? Cioè a dire, come posso “far vedere” a qualcun altro “la cosa che ho visto”?
Penso si possa trovare all’interno di queste relazioni i motivi che rendono l’esperienza del fotografare così mescolata all’esperienza del vedere e del successivo, e più determinante, “mostrare”.
Venerdì 13 Giugno 2008
