Il limite dello sguardo

venerdì 13 giugno 2008 at 10:24

©2008 Fulvio Bortolozzo

Come penso sia naturale per un tizio come me, rifletto continuamente sul rapporto esistente tra l’esperienza del vedere e la produzione di immagini. Argomento quanto mai controverso. Ho letto negli ultimi anni diversi saggi di autorevoli studiosi che dibattono la questione. Al di là delle tesi in campo, vorrei però tentare un ritorno ad un livello più superficiale, fiducioso nel fatto che la massima profondità si trovi alla superficie.

In buona sostanza quella cosa che chiamiamo “vista”, con una interessante declinazione al femminile e al passato dell’atto della visione, è un processo biologico piuttosto complesso. Per farla semplice, penso di poter affermare, nella mia santa ignoranza scientifica, che senza l’istantanea e sofisticata elaborazione realizzata all’interno del cervello dei segnali provenienti dal nervo ottico, l’essere umano non potrebbe “vedere” proprio nulla. O meglio, riceverebbe comunque degli impulsi nervosi attivati dalla luce passata attraverso gli occhi, ma senza poterne ricavare alcuna informazione.

Se quanto affermo è corretto, significa che lo sguardo è un processo che trova il suo compimento solo dopo un’elaborazione mentale. Fin qui, penso di essere stato sufficientemente banale. Il punto al quale vorrei arrivare è però questo:

Qual è il denominatore comune che consente all’esperienza del tutto individuale del vedere di poter essere condivisa con altri? Cioè a dire, come posso “far vedere” a qualcun altro “la cosa che ho visto”?

Penso si possa trovare all’interno di queste relazioni i motivi che rendono l’esperienza del fotografare così mescolata all’esperienza del vedere e del successivo, e più determinante, “mostrare”.

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