UGO MULAS a colori?

giovedì 26 giugno 2008 at 10:50 2 commenti

©2008 Fulvio Bortolozzo

Come ogni saga che si rispetti, eccoci approdati al terzo episodio espositivo dedicato all’opera di Ugo Mulas. Stavolta la sede è la GAM di Torino, dove confluiscono le mostre di Milano e Roma.

©2008 Fulvio Bortolozzo

In occasione dell’evento, il direttore Castagnoli ha annunciato alla stampa una “chicca” esclusiva: Ugo Mulas a colori! Devo dire che la cosa mi ha fatto sobbalzare sulla sedia. È come se mi venisse detto che esiste un Luigi Ghirri in bianco e nero. Mi sono quindi addentrato nell’esposizione pieno di aspettative.

Gianni Berengo Gardin. ©2008 Fulvio Bortolozzo

La prima fotografia esposta non è di Mulas, ma di Gianni Berengo Gardin: un ritratto di Ugo colto al volo tra la folla che mette in evidenza il suo volto pasoliniano. Ho però potuto osservare con quale nobile indifferenza Berengo sia passato davanti alla sua opera, per andare invece a riguardare con grande attenzione quelle di Mulas.

©2008 Fulvio Bortolozzo

Proseguendo nella visita, ho avuto la sensazione di guardare l’antologica di un fotografo diverso da quello che il PAC di Milano mi aveva svelato. Mi spiego, la mostra milanese aveva un’impostazione più orientata a divulgare la metodologia del fotografo. Per esempio: accanto a tutta una serie di immagini conosciute venivano presentati gli ingrandimenti delle provinature da cui erano state estratte. Questo accorgimento espositivo consentiva di “leggere” il percorso di Mulas. Ci si poteva ben accorgere come dai primi esiti in stile reportagistico classico  l’autore fosse passato a scelte più comportamentali di stile concettuale. Cose queste che la singola fotografia nasconde. Certo, ci vuole da parte del curatore e del pubblico un approccio “fotografico” al tema, cosa purtroppo rara in contesti di arte contemporanea.

©2008 Fulvio Bortolozzo

La mostra al piano interrato si conclude con la canonica presentazione delle Verifiche ultima tappa fondamentale del percorso artistico di Mulas. Con questo lavoro, Ugo esce definitivamente dal contesto meramente “fotografico”, almeno così com’era vissuto negli anni ’60 e ’70 in Italia, ed assurge all’attenzione dell’arte contemporanea. In altre parole dal bruco fotografo era nata la farfalla artista.

©2008 Fulvio Bortolozzo

Va detto per inciso che, a parte l’episodio isolato di un Mario Giacomelli, il quale ricevette la patente artistica direttamente dal mitico John Szarkowski del MoMA, si dovrà purtroppo aspettare l’arrivo di Luigi Ghirri per veder celebrato nel nostro paese un fotografo come artista, senza che quest’ultimo abbia prima dovuto fotografare molti pittori, scultori e le loro tante opere.

Diapositiva 6x6

Ma il MULAS A COLORI?
Bisogna tornare al piano rialzato ed entrare nella seconda sezione della mostra. Qui sono radunati gli “sperimentalismi”, che però separati dal percorso complessivo dell’autore risultano un po’ troppo accorpati. Quasi fossero le interruzioni “rigeneranti” della vita di un professionista, piuttosto che lo sviluppo del pensiero di un artista. Al termine della sezione finalmente appaiono delle stanze tutte nere con delle luminose miniature policrome allineate sulle pareti. Si tratta di riproduzioni a contatto delle diapositive 6×6 (ed una 6×9…) selezionate dall’archivio di Ugo Mulas.

©2008 Fulvio Bortolozzo

Ho guardato e riguardato le immagini, senza capire cosa avessero di così eccezionale. Ai miei occhi sono oneste produzioni professionali a chiaro utilizzo prevalentemente editoriale e promozionale. Nel catalogo ad esse dedicato dalla GAM, splendidamente stampato da Electa, si vedono ancor meglio che in mostra. Nonostante questo, il mio parere non è mutato.

©2008 Fulvio Bortolozzo

Un poco deluso, sono tornato sui miei passi. In sintesi, posso senz’altro consigliare al pubblico torinese di visitare la mostra, in specie se non si sono viste le antecedenti milanesi e romane e nonostante sia stata programmata nell’infelice periodo stagionale riservato alle “mostre-ponte”. L’avrei certamente vista meglio al posto di quella “Fabre e l’Italia“, che tanto dev’essere piaciuta all’ambiente cittadino più tradizionalista. Se invece si viene da lontano proprio per vedere i “colori di Mulas”, direi che sfogliare il bel catalogo in qualche libreria vicino a casa sia un’esperienza più che sufficiente.


Controverifica

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UGO MULAS, LA SCENA DELL’ARTE

Periodo: 25 giugno – 19 ottobre 2008
Sede: GAM, via Magenta 31, Torino
Orario: tutti i giorni 10.00-18.00; chiuso il lunedì.
Biglietto: 7,50 Euro intero; 6,00 Euro ridotto.
(Gratuito il primo martedì del mese)
Catalogo: Electa, al bookshop.
Info: +39 011 442 9518; www.gamtorino.it

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2 commenti

  • 1. Barbara  |  giovedì 26 giugno 2008 alle 19:41

    mi spiace molto sentire la sua delusione riguardante il lavoro a colori di Ugo Mulas. Le scrivo perchè ho personalmente collaborato con l’archivio Mulas al riordino di tutto il materiale a colori del Maestro..Io credo che la scelta di esporre il materiale a colori nei formati 6×6 sia stato molto importante…si è scelto di non stampare perchè a sua volta Ugo scelse di non stampare quelle immagini..l’allestimento poi l’ho trovato grandioso…
    Purtroppo il catalogo a mio avviso non da la stessa emozione che da vedere le immagini nel formato pellicola….è come se il visitatore si trovasse proprio dentro l’archivio del fotografo…può fare dei paragoni tra il b/n e la stessa immagine a colori…insomma l’emozione, forse perchè avendole catalogate in prima persona, è davvero molta…
    Mi sono sentita i dovere di scriverle così..spinta da questa emozione che provo nei confronti del lavoro di Mulas…
    Spero possa ricredersi..perchè davvero c’è molto..moltissimo materiale a colori che merita..

    Cordiali Saluti
    Barbara

  • 2. luigiwalker  |  giovedì 26 giugno 2008 alle 20:40

    Gentile Barbara,
    intanto la ringrazio vivamente per avermi voluto scrivere sull’onda dell’emozione. Testimonianza questa quanto mai apprezzabile della passione che anima il suo lavoro.

    Prima di venire al merito della questione, le voglio subito dire che sono sempre più che disponibile a ricredermi. Cerco difatti di esercitare un sano dubbio su tutto ciò che sento e penso. Nell’esprimermi tendo invece, per passione e amor di sintesi, ad essere assertivo e lapidario. Questo forse può ingenerare nel mio interlocutore l’impressione che possieda convinzioni insuperabili.

    Passando ora al tema del nostro dialogo, devo dire che le sue parole mi hanno spinto a riflettere nuovamente sulle diapositive di Mulas, sia viste in mostra sia viste sul catalogo.

    In questo senso, penso di poter capire come la scoperta di un fondo fotografico inatteso e inedito, e per di più realizzato su materiale diapositivo, quindi il più lontano possibile dal tradizionale negativo in bianco e nero dell’autore, possa aver suscitato forti sensazioni. Mi concederà tuttavia, che l’emozione sia più da filologo che da fotografo. Voglio dire che scoprire e valorizzare aspetti sconosciuti del lavoro di un autore non significa automaticamente aver trovato opere all’altezza di quelle conosciute. Tanto è vero che lo stesso Mulas non ritenne di renderle note e la curatela della mostra, prudentemente, le ha esposte come fossero “provini a contatto”, seppur con un allestimento che ne esaltava le policromie. Policromie tipiche di ogni diapositiva correttamente eseguita però. Mi segua in un esempio: facciamo la stessa operazione sull’archivio di un fotografo professionista milanese coevo di Mulas che abbia realizzato diapositive 6×6, o anche più grandi; e ce n’erano proprio molti nel settore del design, pubblicitario, industriale o editoriale. Pensa davvero che le pareti nere della GAM illuminate da buone diapositive professionali degli anni ’60-’70 avrebbero prodotto meraviglie inferiori?
    Difatti poi, lei stessa scrive che viste stampate non danno la stessa emozione. La stampa su carta, toglie la grande luminosità tipica della diapositiva, pari anche a 1000:1 di contrasto e si accontenta di uno scarso 10-15:1 per conservarne una qualche traccia.

    Un’altra questione. Perché proprio “diapositive” e non negative a colori? L’ormai desueto termine “photocolor”, in uso nelle arti grafiche in quegli anni e usato anche in mostra è rivelatore. All’epoca la diapositiva era considerata una garanzia per il fotografo di poter controllare correttamente la riproduzione del colore nella stampa offset, con la saturazione desiderata. Quindi era uno standard senza eccezioni. Fu la successiva generazione dei Ghirri e dei Guidi a portare ai fotolitisti delle stampe da negativi a colori, facendoli tribolare non poco, per ottenere quei “colorini slavati” di gusto americano (Stephen Shore, William Eggleston, ecc.) su cui poi troppi epigoni successivi avrebbero campato di rendita.

    In sintesi, penso proprio che il colore di Ugo Mulas, almeno quello fin qui visto in mostra e nel catalogo, abbia sì valore, ma nell’ambito di una ricostruzione filologica della sua attività come fotografo professionista. Pensando, tra l’altro, proprio al fatto che in quell’epoca un fotografo italiano con ambizioni artistiche poteva sperare di campare solo di commissioni professionali e non certo delle attuali tirature limitate esposte in contesti di arte contemporanea. Il vero valore dell’artista Mulas è, per me, tutto in quel suo “volo di Icaro” concettuale verso l’empireo dell’arte, oltre ogni distinzione di tecnica e ruolo. Presentandolo oggi “a colori” si rischia, a mio parere, di far tornare a pensarlo più come un “fotografo professionista prestato all’Arte” che come un artista a tutto tondo quale invece dimostrò di essere.

    Ovviamente, ribadisco che scrivo questo con tutte le riserve e i benefici d’inventario del caso, ma anche con la libertà di pensiero che ogni atteggiamento razionale e critico deve possedere.

    Ancora grazie Barbara e buon proseguimento del suo meritorio lavoro.


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